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Notre-Dame, c’est moi

di Giulia Pescara

Le cattedrali hanno rappresentato, per secoli, la concretizzazione in pietra, vetro, legno, metallo e sudore, del più grande slancio che appartiene all’animo dell’uomo.

Come cipressi, ogni guglia, ogni torre, ogni pietra, ha incarnato quell’interrogarsi sul proprio senso, sul proprio scopo, su tutto quanto ci circonda, che sono così propri dell’umanità.

Quel bisogno vitale di prendere le ombre, gli abomini che il nostro animo nasconde, i suoi tormenti, le contraddizioni, la luce, la maestosità, ciò che ci fa sentire granelli di universo, e plasmarlo, raccontarlo attraverso la materia, osservarlo da lontano, mostrarlo agli altri.

Un’ossessione che è diventata bellezza, che è diventata cultura, che è diventata per alcuni fede, per altri speranza, per altri identità, per altri meraviglia. Un’ossessione che rappresenta le menti, le mani, i sogni di quanti ci hanno preceduti. La nostra storia.

E forse è per questo che oggi ci sentiamo tutti così feriti, colpiti nella carne viva della nostra umanità.

Perché la facilità con cui scompare – per un tizzone, una svista, un errore non controllato – uno dei simboli del nostro dna, un simbolo che ha resistito a uomini, guerre, follie, catastrofi, è il buio della nostra comprensione.

Lo sgretolamento della nostra umanità sembra impensabile.

Non possiamo concepirlo.

L’essere umano ha questo spettacolare meccanismo di difesa mentale che lo protegge dalla terrificante prospettiva della morte. Quante volte pensiamo, ogni giorno, che la nostra esistenza avrà una fine? Una? Due? Dieci? Nessuna?

Se dovessimo mantenere vivo questo pensiero, senza filtri, probabilmente impazziremmo.

Rimarremmo bloccati, in preda al terrore.

Io penso alla morte molto spesso – da non credente, senza la speranza di una nuova esistenza o di una rinascita – eppure a volte mi sorprendo a essermi dimenticata di dover morire.

Così, per la nostra cultura, per la nostra civiltà.

Coltiviamo un desiderio di eternità in ogni pagina, ogni marmo, ogni quadro, ogni gesto della nostra specie. Oggi, persino, ognuno di noi lo affida al digitale.

E invece non è così, e tutto può sgretolarsi, anche la storia millenaria, anche la nostra pelle, anche tutto quello che può sopravviverci, anche tutto ciò che credevamo intoccabile, incrollabile.

La nostra memoria.

Le nostre certezze.

Siamo noi, a esserci sgretolati nella cenere. Sono i nostri cari, i nostri figli, le nostre idee, le nostre scoperte del funzionamento del mondo, i nostri avi, le nostre case, la filosofia, l’arte, quanto amiamo e odiamo, quanto ci fa sentire vivi.

E davanti alla cenere ci chiediamo: “Sarà stato invano?”.

Mai.

Perché è questo, il tratto davvero straordinario dell’umanità.

Domani mattina, quando le fiamme saranno spente, qualcuno ricomincerà a mettere una pietra sull’altra. A creare bellezza.

A modellare il proprio desiderio nella pietra, nel vetro, nei modi in cui la luce colpisce le cose.

Perché, nel tempo che c’è, negli anni che abbiamo, nei millenni che restano al nostro pianeta, alla nostra civiltà, la speranza di andare oltre la fine ci fa compiere imprese impensabili.

Con il lutto nel cuore, la carne viva esposta al fuoco, siamo capaci di continuare a guardare il cielo e immaginare la meraviglia.

Immaginare ciò che è straordinario.